sabato 19 marzo 2016

Nonno Piero, capitolo 8

Stava arrivando la primavera, anche se come tutti gli anni si faceva attendere e portava una coda di freddo. Le mezze stagioni non esistevano piu', si soleva dire. Ma erano le cose che dicevano le persone che non avevano molto da dire. I discorsi sulle mezze stagioni erano i discorsi delle mezze seghe. La pensava cosi, piu' o meno Nonno Piero, mentre era su un autobus diretto a fare un giro per la citta'. Ogni tanto lo faceva , lasciarsi trasportare dagli autobus su e giu' per la citta'. Gli piaceva guardare la gente, le donne con le sporte della spesa gialle dell'Esselunga che nonostante le vene varicose conservavano sguardi civettuoli e guizzi negli occhi come pesci slamati contro sole, ragazzi che avevano bigiato a scuola che si trascinavano su quegli autobus seduti malinconici con i loro zainetti istoriati di frasi su Belen Rodriguez e Fabrizio Corona , le cuffie dell'iphone innestate nelle orecchie e la musica sparata a palla da autoisolamento assoluto. Com'erano distanti dai ragazzi di generazioni precedenti che avevano ben altre scritte, magari piu' impegnate e politiche che adesso non avevano piu' alcun senso, perche' la politica era diventata una roba da format televisivo. La gente magari si stanca di tante promesse non rispettate , si stanca di tanti pseudorivoluzionari che una volta al potere si riempiono le tasche come i peggiori banditi messicani dei b-movies americani  e cercano di sfangarsela per se' e proprie generazioni future. Dieci uomini detenevano la meta' della ricchezza mondiale  e se nessuno aveva corretto questa anomalia era solo per un motivo, pensava Nonno Piero mentre se ne stava seduto sull'autobus e passava da Figino, una frazione verso via Novara: in fondo gli andava bene il principio di arricchirsi più e meglio degli altri e dividere con gli altri li rendeva tristi. Preferivano morire di fame sognando di diventare ricchi che vivere dignitosamente in comunione con gli altri. Ecco tutto, pensò Nonno Piero. Ma mentre era immerso nei meandri di questi suoi pensieri a dir poco esistenzialisti, vide una macchina ferma a bordo strada, una strada che si apriva nei campi e passava da Figino, questa frazione di Milano di quattro anime in croce e due kebabberie assortite alla men peggio, che assomigliava a quella di suo genero. Quando l'autobus passò vicino all'auto vide la targa  e a quel punto ne ebbe la certezza. Ebbene si, era la macchina di suo genero. Che , lavorando in un magazzino di ricambi d'auto non c'era motivo che dovesse essere in quel luogo. Poco avanti sul limine della strada vide una creatura seminuda con dei seni ben in evidenza, di colore, dai tratti forti, che sollevava le gambe appena fasciate da una gonna raffazzonata dalla quale faceva capolino qualcosa che in mezzo alle gambe di una donna era decisamente di troppo. Si trattava di un transessuale. E piu' avanti ce n'era un altro , bianco di carnagione  e con tette ancor piu' sul punto di esplodere. La sua mente comincio' ad elaborare una verità che non avrebbe mai voluto verificare in concreto. Non ci poteva credere. Come, suo genero, un uomo tutto d'un pezzo, uno che dichiarava ai quattro venti la propria mascolinità disprezzando gli altri, i diversi, i froci, come esseri inferiori, aveva bigiato al lavoro per offrire le sue grazie a qualcuna di quelle creature, che, a giudicare da ciò che aveva appena intravisto non dovevano avere nelle proprie posticce anatomie femminili il pezzo forte che le faceva preferire alle donne? Non ci credeva, non poteva essere vero. Soprattutto perche', seppur verosimile, nel momento in cui chi si accanisce ossessivamente contro qualcosa lo fa perchè intrinsecamente deve avere qualche conflitto irrisolto, che suo genero poteva aver fatto una cosa del genere, non gli sembrava giusto, ecco, nei confronti di sua figlia. Dopotutto quella donna era ancora innamorata di quell'uomo (anche se il motivo di questo innamoramento per Nonno Piero era una mistero che metteva in subordine  i segreti di Fatima), ma cosi innamorata che aveva completamente snaturato il suo essere . Da valente insegnante e donna di cultura, accanita lettrice, sempre attenta al dibattito culturale, partecipante a convegni, presentazioni di libri, telefonate a radio e Tv, si era trasformata in una vera e propria tifosa di quell'ometto da niente che disprezzava la cultura, un brachicefalo il cui apice massimo del trastullo mentale era rappresentato dall'Inter e dalla trasmissione dei pacchi su Rai Uno, con godimento finale se non vinceva nessuno. Si era messa persino a seguirlo allo stadio, quando andava a vedere i nerazzurri, specie nel derby.
E l'aveva trascinata a fumare.
 Stava perdendo la calma e gli stava salendo la rabbia. Ma non poteva avere la certezza assoluta circa le sue illazioni. Quindi a quel punto si poneva il problema su come affrontare la cosa. Ma non avrebbe fatto finta di niente. Era combattuto tra il sollazzo che aveva ricevuto dalla scoperta che suo genero, uomo tutto d'un pezzo era un cliente di transessuali e il dramma intrinseco che questa notizia rappresentava per la sua famiglia. Non sapeva come comportarsi. E non avendo santi a cui votarsi, chiese idealmente aiuto a Gabriella, la buonanima di sua moglie, se ci sei ascoltami e ispirami, le chiese in silenzio, circa la mia condotta riguardante questa faccenda. Il suo umore , durante la giornate  e non solo, ne avrebbe di sicuro risentito. Era una questione delicata da cui sarebbero potuti derivare problemi anche per i suoi due nipoti, la ragione principale della sua permanenza in casa Quirico.

Una volta a casa era andato all'Esselunga a comprare qualcosa per cena. Carne di cavallo, broccoli e pomodori. Oddio, la carne di cavallo era per i nipoti, che dovevano crescere. Le verdure per lui e per sua figlia. Si era completamente dimenticato del genero. Andasse al diavolo, debosciato di uno!
Tornato a casa salutò Piera e le mise i sacchetti della spesa sul tavolo da cucina. 
-Papà che c'è, mi sembri triste , oggi!
-E che mi manca tanto tua mamma, cara...ma mi passa, vedrai che mi passa, menti Nonno Piero.
Andò a sedersi sulla sua poltrona , vicino alla finestra. E se ne stette un po'  a guardare il passaggio su via Forze Armate. Accese la radio e mise su Radio Tre. Un po' di musica classica lo avrebbe ritemprato.
-Dove sei stato oggi? Gli chiese Piera.
-Ho fatto un giro in autobus, ho visto un po' la citta'. Una delle cose belle dello stare in pensione è avere il tempo di osservare con calma la città in cui hai vissuto per anni e vedere come cambia.
-Interessante, disse Piera.
Toh, mia figlia ogni tanto dà traccia di una presenza neuronale ...nonostante il brachicefalo, penso' Nonno Piero. Si alzò e ando' in bagno. Accese la luce in cima allo specchio e si osservò. Carnagione scura, capelli grigi tagliati corti, faccia rugosa e asciutta. Si guardò la pancia e ne notò l'assenza. Camminare a lungo aveva i suoi effetti benefici, dunque. Poi si ridette un'occhiata. Nonostante si facesse la barba tutti i giorni, a sera era già ricresciuta. Se la crescita del suo pelo fosse stata come quella del pil nazionale l'Italia sarebbe stata il Giappone d'Europa. Invece sembrava quasi che ne fosse lo Zimbabwe. Con tutto il rispetto per i fratelli africani, pensò. Stava solo prendendo tempo e cercava di capire come avrebbe gestito il terribile sospetto che si era fatto strada come una lama incandescente nel plesso dei suoi pensieri da quella mattina. Spense la luce e tornò in cucina. Azalea e Gino erano già seduti a tavola, Piera aveva quasi finito di cucinare. Aspettavano Mimmo.
-Mimmo ha telefonato, dice che sta arrivando, che c'è transito!
Come era beffarda a volte la lingua italiana. E come mai non aveva detto traffico e le era sfuggito transito? Meno male che non credeva alle streghe, come sua nipote Azalea, la quale non si perdeva una puntata dell'omonima serie tv. La coincidenza del suffisso gli sembrò comunque strana.
Cinque minuti dopo arrivò Mimmo. Sembrava di buon umore. Saluto' tutti tranne Nonno Piero, come al solito. E dopo un pò fece:" stasera c'e' l'Inter, gioca in coppa con la Juve. Dai Gino, accendi la tv, stavolta gli facciamo il culo a strisce a 'sti juventini".
Gino rise e agguantò subito il telecomando facendo zapping fra i programmi e pronto a bloccare le immagini appena avesse visto un campo verde.
-Ah...stasera carne di cavallo...proprio quello che ci vuole ad uno stallone come me, disse Mimmo sedendosi a tavola. Nonno Piero lo guardo quasi distrattamente, ma non disse niente.
-Allora Piera, com'è andata la giornata oggi?Fece Mimmo.
-Ma va là come sei allegro oggi, cosa ti e' successo?
-Niente ho giocato allo Snai e se stasera l'Inter vince vi porto tutti a fare un week end in montagna, vi va?
-Certo che ci va, dissero i ragazzi in coro.
Mangiarono in silenzio. Anche perche' non si doveva disturbare la visione della partita e il flusso fortunato della scommessa. Disse cosi Mimmo. Nonno Piero osservava Piera. Sembrava tranquilla,ma c'era un velo come di tristezza che ogni tanto le passava sul viso.
Poi l'Inter segnò, e Mimmo disse a Gino, vai sul tuo computer del cazzo e comincia a guardare la transalpina da fare nel week. La transalpina. Già , era una maledizione quel suffisso. Era come se la lingua italiana gli stesse parlando, penso' Nonno Piero. E' un segno di Gabriella, da lassù mi sta avvisando. Ma anche se fosse vero. Anche se è vero...io cosa ci posso fare? Per il momento niente. Ed era un po' quello che doveva essere il contenuto della calotta cranica di suo genero, penso'. Bisognava proteggere i nipoti. E questo era un motivo in piu' per non andarsene. E finire nelle cronache di "Chi l'ha visto" disperso su qualche treno diretto a Nizza senza neanche saperne il motivo. Guardò fuori dalla finestra, nella sera delle luci serali. Il mondo fuori era pieno di vita, salmoni che guizzavano gioiosi. Non sapevano che prima o poi avrebbero incontrato tutti il proprio orso .Quanto a lui, Nonno Piero, beh lui aveva incontrato un rospo. E adesso non sapeva bene come mandarlo giu'.

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