E' maggio e Milano si riempie di un inatteso sole. Le strade di Baggio si popolano di gente, davanti all'Esselunga ci sono un paio di bellissime bambine rom che chiedono l'elemosina e Piero Cavaliere non puo' fare a meno di pensare che probabilmente e' uno dei pochi passanti cui poteva venire in mente, istintivamente, la sensazione di bellezza, di freschezza, davanti a quegli occhi verdi e vispi, quegli zigomi mongolici e quei capelli anarchici sottili che si muovono nella brezza primaverile meglio di qualsiasi ninja da film giapponese, silenziosi ed eleganti. Tutti gli altri passanti vedono quelle due bambine come una minaccia e un fastidio, qualcosa da cui guardarsi e mentre passano loro accanto, mettono istintivamente una mano al portafogli che hanno in tasca o in borsa, per proteggerlo. A Piero Cavaliere venne in mente che si trattava di un gesto vile e ipocrita, dal momento che quel gesto avrebbero dovuto farlo tutte le volte che incontravano assessori o politici di vario rango. Ma se ne guardavano bene dal farlo. In compenso si lamentavano in continuazione della classe politica , responsabile persino di lasciar scorrazzare impunemente "quella gente" in giro per la citta'. Dalla finestra del palazzo che si affacciava su Via delle Forze Armate, Piero Cavaliere osservava lo svolgersi della vita in strada, sotto il sole. Il fioraio spruzzava con un vaporizzatore i fiori per tenerli umidi e vividi, il pescivendolo truccava gli occhi a triglie e orate prima dell'arrivo dei clienti, il mercatino cominciava ad animarsi e il bar era gia' pieno di avventori, per caffe' e "gazza" rosa con le primizie della campagna acquisti. Mimmo, infatti, prima di andare a lavorare, era gia' al bar e leggeva la Gazzetta dello Sport, seduto fuori ad un tavolino, mentre fumava e beveva un caffe', contemporaneamente, come un Giulio Cesare di periferia. I ragazzi erano a scuola e anche Piera era agli sgoccioli della stagione scolastica.
A Milano c'era questo grande evento dell'Expo , una fiera internazionale incentrata sul cibo. Era stata destinata un'apposita area in una parte della citta' accessibile con metropolitana e taxi, un sacco di soldi spesi, per attirare turisti da tutto il mondo e persino Renzi, premier del paese , che pur essendo del Pd, partito tradizionalmente di sinistra, piaceva persino a Mimmo, che era un berlusconiano perso, non faceva altro che promuovere l'evento, come se dovesse rilanciare l'economia dell'intero paese, con ricaduta sul turismo in tutta la nazione.
Piero Cavaliere aveva troppi anni, ne aveva viste troppe e aveva vissuto troppo , per lasciarsi incantare dalla retorica dei politici, qualsivoglia politico, persino di politici che parlavano un linguaggio moderno pretendendo di rottamare la vecchia politica e i vecchi politici, per cui , questi continui richiami retorici all"Expo fatti da Renzi, non lo impressionavano piu' di tanto. Anzi, gli facevano sorgere il sospetto che tutta questa insistenza per un evento che, organizzato bene o meno, era pur sempre una spianata di capannoni adibiti a ristoranti con lo scopo occulto di lasciar affogare i dolori della crisi, economica ed esistenziale, si capisce, nel modo piu' consono al carattere degli italiani, non era altro se non la solita montatura da proloco nazionale. Il cibo, aspetto su cui era incentrato tutto l'evento, spacciato nei proclami televisivi, dai politici , dalle tv di stato, come elemento di convivialita' , per i paesi ricchi, e di nutrizione , per quelli poveri, secondo Piero Cavaliere non era nient'altro che una droga a buon mercato spacciata in una bella confezione regalo in forma fieristica. Ne era sicuro. Tanto piu' che avrebbe potuto constatarlo di persona, visto che la famiglia Quirico, aveva deciso di andarci, a questa Expo, e di volata. Non vedevano l'ora e Mimmo Quirico si era persino fatto dare un permesso dal lavoro, per visitare l'esposizione come si deve. E quel giorno era l'indomani. Una domenica. Nel frattempo Piero Cavaliere, dopo aver fatto il suo stretching, e ascoltato Radio tre, si accingeva a scendere in strada e ad andare a fare la spesa.
Era gia' domenica,Mimmo Quirico si alzo', odiava il suo cognome che aveva origini meridionali, odiava i meridionali, terroni del cazzo, sempre con quegli accenti alla Abbatantuono "i so de Milan cient pe cient", ma perche' doveva capitare a lui di avere quel cognome, pur essendo nato a Milano?Che colpa ne aveva lui se il nonno era nato in qualche sperduto trullo fra Brindisi e Bari?Odiava quella gente, gli ricordava i sacrifici del nonno di cui suo padre, un lattaio che vendeva il latte porta a porta in Bovisa, gli raccontava sempre annoiandolo a morte. Lui odiava la miseria da cui proveniva , avrebbe fatto di tutto per diventare ricco, ma i suoi non avevano abbastanza soldi per farlo studiare e cosi era finito in un magazzino che vendeva ricambi d'auto. E dava la colpa ai suoi. Tutti i giorni andava al Bar li di fronte a casa sua e comprava un gratta e vinci. Sognava di diventare milionario e di passare un giorno da via delle Forze Armate , strombazzando su una Jaguar , facendosi invidiare dagli amici. O da quelli che dicevano di essergli amici. Un mucchio di terroni di seconda e terza generazione. Mimmo si fece la barba, con calma. Mentre si rasava si fumava una sigaretta. La porta del bagno era aperta e dallo specchio vide Piero Cavaliere che faceva stretching mentre ascoltava la radio. Quel vecchio non voleva morire, non se ne voleva andare. Ormai la sua vita l'aveva fatta, che cazzo aspettava ad andarsene, a lasciare piu' aria in casa? Lui e la sua influenza negativa sui suoi figli. Il maschio giorni prima gli aveva persino detto che a lui il nonno piaceva e che ascoltava volentieri le sue storie, e che era piu' figo di J-AX, il rapper di Rozzano che imperversava in quel momento fra i ragazzetti contemporanei. Il vecchio aveva un'influenza negativa, sui ragazzi, me li rammollisce con le sue storielle da comunista preistorico, penso' Mimmo. Continuo' a farsi la barba. Partigiano un ciufolo, penso', bella la vita a fare i rivoluzionari in giro tutto il giorno a fare gli avventurieri, un letto via l'altro...provasse lui ad alzarsi tutti i giorni per vent'anni , ad andare al lavoro, senza impazzire. Era lui il vero partigiano.
Piera preparava la colazione e Azalea e Gino sedevano a tavola in attesa. Gino aveva smesso di fumare, con gran dispiacere da parte del padre. Erano queste le influenze negative di cui parlava Mimmo. Fumare era figo, ti rendeva uomo prima del tempo e tutte quelle storie sul cancro, beh, il cancro veniva anche a quelli che non fumavano, era una questione legata al fortificare il fisico e il carattere,;abituare i polmoni, doveva.
Piero si sedette a tavola e bevve un te' verde. Amava quella bevanda, e in casa era l'unico che la beveva. Gli altri prendevano caffellatte o semplicemente caffe'. E Marlboro...Piera compresa. Che proprio non riusciva a smettere. Forse fumava per riuscire a sopportare meglio l'alito del marito, penso' Piero. Ma poi non penso' piu' niente, non era giusto pensare male di nessuno a priori. Tanto sarebbe venuto comunque il momento di farlo, perche' sprecare energie prima?
Alle dieci erano pronti. Si va all'Expo, disse Mimmo Quirico. I ragazzi fecero salti di gioia e tutti si apprestarono ad uscire di casa.
Presero un autobus fino a Bisceglie, fermata della metropolitana della linea rossa. Di li sarebbero andati fino all'area dell'Expo, cambiando con un'altra linea della metro di color lilla.
La metro era piena di gente e Mimmo disse a Piera, Piera, tieni la borsa davanti al petto e tieni la mano sulla lampo. Ragazzi, continuo', state attaccati alla mamma, vedo troppi zingari in giro. Piero nel frattempo se ne stava in piedi, in un angolo e dava un'occhiata in giro a quella folla multietnica fra i quali c'erano molti turisti attirati dall'hype pubblicitario per l'Expo. Era bella tutta quella gente diversa, tutta insieme e cercavano di comunicare in inglese fra di loro, al contrario della Babele della Bibbia e non stavano andando in nessun inferno diverso da quello che vivevano tutti i giorni , solo che lo avrebbero vissuto in grande. Piero poteva permettersi di immaginare, di prevedere tutto questo. Quando si arriva ad un'eta' come la sua la vita puo' essere noiosa perche' tutto si ripropone esattamente come l'hai visto decine e decine di volte. Gli stessi meccanismi di stupidita' umana , un compendio di leggi non scritte che era come se fossero scritte.
Scesero alla fermata per l'Expo, era pieno di scolaresche che avevano deciso di fare la gita scolastica all'Expo, classi della provincia li intorno. Ragazzi multietnici, ragazzi delle medie con in mezzo a loro ragazzine arabe con l'hijab in testa che parlavano non solo in italiano fluente ma con spiccato accento milanese, latinamericani, cinesi, cingalesi, indianine con vestiti tradizionali. Andavano molto piu' d'accordo, noto' nonno Piero, fra loro, i ragazzi di origine straniera, che questi con gli italiani.
Mimmo Quirico fece i biglietti e nel darne uno a Nonno Piero , disse, toh, a te m'hanno fatto lo sconto, quello che non m'hanno fatto per il Gino. Non si capiva se fosse una pecca o una cosa positiva, da come lo disse.
Oltrepassarono i tornelli con i metal detector, sotto gli occhi vigili di vigilantes e soldati in assetto di guerra-si temevano attentati di matrice no global o islamica-, e ecco che si potevano avventurare nell'ampia area dell'Expo. Dei volontari dettero a Mimmo una mappa per orientarsi nell'enorme area piena di padiglioni che che gia' da lontano avevano fogge originali. In lontananza spiccava un enorme albero ligneo che si ergeva su tutte quelle costruzioni e che si presumeva dovesse essere il mitico Albero della Vita, di cui si erano viste mirabilie in termini di luci, colori, fumi e schizzi d'acqua, nell'inaugurazione televisiva.
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